“L’eccellenza non dovrebbe essere una definizione a priori ma un riconoscimento a posteriori”
Questa frase, estratta da un’intervista rilasciata da Salvatore Settis a Repubblica1 è emblematica di un approccio all’eccellenza a posteriori. Il baricentro di questo approccio è nell’output generato da un sistema di eccellenza universitaria: tanto più ho prodotto eccellenza, tanto più il mio sistema è eccellente. Esplicitando meglio il concetto lo stesso Settis chiarisce2: “L’eccellenza dovrebbe essere valutata e dichiarata ex post da qualcun altro e non da chi si auto-dichiara eccellente in partenza”. Riassumendo dunque misurare l’eccellenza significa- nell’accezione proposta da Settis - due cose: (a) valutare esclusivamente rispetto all’output (risultati), (b) farsi giudicare da una entità terza.
Il discorso fin qui sembra accettabile e ragionevole, tuttavia porta inevitabilmente a conclusioni pericolose. Per comprendere quali siano queste pericolose concusioni paventate, occorre fare prima un passetto indietro concentrandoci sulle necessità che ci spingono a dover “misurare” o “valutare” l’eccellenza universitaria. La primaria ragione sono le risorse: è chiaro che il finanziamento pubblico (per natura risorsa limitata) di un progetto di eccellenza universitaria non può prescindere da considerazioni meritocratiche oltre che politiche3. La seconda ragione è legata alla prima: se le risorse sono limitate occorre allocarle nella maniera più ottimale, e a prescindere da quale essa sia, occorre misurare. Allocare nella maniera ottimale significa in sé selezionare e dunque operare delle scelte circa i modelli di successo. Entrambe le ragioni sono riconosciute dallo stesso Settis nel momento in cui esprime preoccupazione per il proliferare di realtà che si auto-definiscono di eccellenza: misurare e valutare significa utilizzare propiamente l’etichetta “eccellenza”, al fine di allocare le (limitate) risorse nella maniera migliore (rispetto al progetto politico di riferimento), evitando confusioni dannose sia per l’orientamento degli studenti (che investono tempo e potenzialità) sia per le aziende (chiamate ad investire risorse).
Se la ratio di fondo di un sistema di misura dell’eccellenza è quella di evitare la proliferazione auto-referenziale di centri di eccellenza, un sistema di misura a posteri fondato esclusivamente sull’output è molto pericoloso. La Scuola Normale Superiore di Pisa - di cui Settis è direttore - è l’esempio più blasonato dell’eccellenza universitaria italiana. Nella sua quasi bicentenaria storia ha dato al paese ministri, nobel e personalità di rilievo sotto ogni profilo professionale. E’ senza dubbio eccellenza, proprio guardando all’output, ovvero ai suoi (ex) studenti, alla sua storia. Giudicare l’eccellenza dall’output significa infatti attendere al minimo una decina di anni (dall’immatricolazione degli allievi). Da cui la prima conclusione paventata (punto a, sopra): misurare l’eccellenza a posteriori non arresta il proliferare di centri di eccellenza, lo favorisce. Infatti se non posso che attendere al minimo dieci anni (e in un paese gerontofilo come il nostro, dove l’inserimento pieno nel mondo del lavoro è biblico, dieci anni mi sembrano pure pochi per accedere ai “posti che contano” pur avendone le capacità), è chiaro che sto posticipando il giudizio sull’effettiva eccellenza, rinviandolo al futuro. Significa 10 anni minimo di autoreferenzialità e risorse allocate senza possibilità di giudizio. Una politica di investimenti a pioggia che non è possibile in presenza di risorse (pubbliche e private) da dedicare ad un progetto di eccellenza universitaria, (così) limitate. L’effetto è di favorire la proliferazione di progetti e centri che al minimo sopravviveranno per dieci anni (prima di essere eventualmente riconosciuti non conformi a qualsiasi standard di eccellenza si voglia adottare). Tutto questo perché in sintesi una realtà nuova non ha per definizione una storia che parli per lei. Da cui l’impossibilità di giudicare i suoi output in prospettiva diacronica, considerando che il timeframe del processo di produzione di eccellenza universitaria è poco immediato.
Il secondo punto richiamato sopra (punto b) riguarda invece la necessità che il giudizio (e controllo) di eccellenza venga rilasciato da soggetti terzi. Questo è un po’ il problema generale della valutazione (rispetto a atenei/facoltà/ricerca) nell’università italiana. Il problema qui ruota attorno alla doppia valenza dell’eccellenza universitaria, che è un progetto di rilievo professionale (e quindi ha come potenziali investitori i privati) e socio-culturale (di rilevanza collettiva e dunque di pertinenza dello Stato) fondamentale per il paese. Lasciare il giudizio al mercato, ovvero al gradimento dimostrato dai privati rispetto all’output dell’eccellenza (gli allievi licenziati) è pericolosissimo in quanto significherebbe alla lunga ancorare l’esperienza di formazione alle evoluzioni socio-economiche di un paese, riproducendo semplicemente un’altra esperienza universitaria che si differenzierebbe (non necessariamente) da quella tradizionale per la sua forma organizzativa. Mentre il quid in più di una esperienza di eccellenza dovrebbe risiedere nella sua capacità di formare andando oltre le contingenze temporali, formando individui in grado non soltanto di armonizzarsi con esse ma di anticiparle e dirigerle, cioé di essere proattivi rispetto al proprio contesto di vita (e professionale) non soltanto reattivi rispetto ad esso. Lasciare il giudizio invece ad un ente statale centrale richiede lungimiranza (ragionare per lungo periodo), gestione di processi complessi (una politica di formazione non può tendere all’omogeneizzazione ma richiede la gestione di bacini di variabilità minima richiesta, nel sistema), reale capacità operativa autonoma, coraggio e fantasia. Qualità che nella classe dirigente italiana non scarseggiano: sono (tutte insieme) inesistenti.
Soluzioni? La via più sensata (e fattibile) appare quella di aggregare due categorie di indicatori: un sistema di valutazione statale (che misuri le dimensioni fondamentali non riconosciute dal mercato, come le qualità umane) e uno di mercato (fondato sul gradimento dei privati rispetto alle qualità tecnico-professionali). Entrambi i sistemi di valutazione non possono reggersi soltanto su indicatori a posteriori, ma devono a loro volta essere disaggregabili in indicatori a priori (che valutano la strategia e il progetto nel breve, medio e lungo periodo) e a posteriori (classici sull’output). Ma tutto l’impianto per funzionare richiede a monte la presenza di un progetto politico nazionale di lungo respiro sull’eccellenza che faccia da frame per i singoli progetti territoriali di eccellenza. Ne siamo capaci?
(1) La Repubblica 30.06.2007 p.49 (La Ricetta della Normale, a cura di Simonetta Fiori)
(2) La Repubblica 05.10.2004 p.41 (Università, cosa nasconde il mito dell’eccellenza, a cura di Silvia Dell’Orso)
(3) Queste non sono necessariamente meritocratiche, pensiamo ad esempio alla razionalità di investire su realtà meno “eccellenti” per ragioni di potenziamento territoriale.
Simone Tornabene è studente di Studi Europei presso l’ateneo catanese, allievo della Scuola Superiore di Catania al V anno.
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Misurare l’eccellenza universitaria anche della Kore by Liberamente added these pithy words on Jan 18 08 at 1:30 pm[...] Paolo Balsamo Leggo qst interessante post su Universi possibili L’eccellenza non dovrebbe essere una definizione a priori ma un riconoscimento a posteriori” [...]
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